 Con la vita quasi tutti riceviamo doni preziosi quali la parola, il movimento, una certa capacità di elaborare il pensiero e di comunicarne i risultati. Solitamente chi con l'evoluzione della propria personalità sceglie una comunicazione per vie impervie, l'arte ad esempio, è destinato a un iter fatto di incomprensioni varie, di illusioni rotte talvolta da esaltanti conferme, di esilii anche restando tra le mura domestiche. Eppure esistono le eccezioni a questo destino e costituiscono dei fortunati casi di integrazione della propria coscienza di artista con il mondo che ci circonda. Comunicare è una delle cose più naturali che ci appartengano e solo la mitologia del bohemien, del personaggio scomodo alimentato da certa critica resistono all'evidenza che l'arte sia tale in quanto semplice, quasi un riflesso condizionato che abbiamo come il respiro o l'istinto di sopravvivenza. Insomma esiste e a mio parere è ingiustificata la discriminazione tra chi fa arte e chi ne fruisce. Io non mi sento su un piano diverso da chi legge perché ora qui si parla di me: il ragno ha bisogno della sua preda come la preda ha bisogno del suo ragno. Io devo a chi mi osserva l'ispirazione che mi assiste quando creo, e sono a mia volta osservatrice come in un gioco di specchi che si riflettono tra loro all'infinito.
Non vorrei dilungarmi molto sulla cronistoria della mia evoluzione artistica e personale. Ho iniziato in giovanissima età a preferire l'illustrazione dell'essenza delle cose piuttosto che del loro aspetto esteriore. I personaggi che popolano i miei disegni possono essere oggetti, esseri umani, esseri sovrumani, ma tutti interagiscono fra loro anche se appartenenti a diverse dimensioni spaziotemporali. Sono rappresentati sullo stesso piano sia che provengano da residui onirici che da esperienze fatte in stato di coscienza. Le forme che vengono loro attribuite e la luce in cui vengono posti ne determina il ruolo nel bene o nel male e nelle altre mille sfumature che dividono questi due confini. Per fare questo l'uso del computer è fondamentale a meno che non si disponga di una tecnica pittorica sopraffina. Eppure non esiste uno schema, una procedura informatizzata per raffigurare emozioni. Nulla che sia possibile spiegare purtroppo. Lo stesso fatto che io consideri il risultato estetico secondario rispetto a quello emotivo è disarmante per chiunque tenti un'interpretazione in chiave razionale. |